22 ottobre 2024

Maura Banfo

Artista visiva, Maura Banfo è uno dei nomi più interessanti nel mondo dell’arte contemporanea dagli anni Novanta ad oggi. A Torino ha creato il suo “nido” dove inizia una ricerca attraverso la fotografia come linguaggio predominante. Il suo lavoro di ricerca artistica ha segnato delle tappe importanti nel sistema dell’arte contemporanea italiana, con uno sguardo e una presenza significativa anche in ambito internazionale e un percorso pluridecennale costellato di mostre, residenze d’artista e molteplici riconoscimenti.

La materia, sia essa natura che oggetto, esercita da sempre un fascino su di te influenzando profondamente la tua arte. Quando pensi alla materia qual è la prima immagine che visualizzi?

Il mare.

Essere artista è un esercizio continuo di libertà per te?

Libertà! Come ben sai la libertà ha sempre un prezzo da pagare. Considero libertà il lusso di poter fare ciò che faccio. La libertà che cerco attraverso l’arte, e anche attraverso la vita stessa, è una libertà di connessione, più mentale che fisica, una condivisione di lavoro che non arriva a piede teso ma che intende ascoltare ciò che mi circonda e restituirlo in chiave personale e sempre partecipata. Lavoro molto su me stessa, cado di continuo e cerco di migliorarmi. A volte libertà è una fuga dall’arte. Amore e odio in un alternarsi quasi velenoso e inquinante. Mi piace pensare all’arte come espressione attraverso una libertà silenziosa.

Un caso molto interessante, oggi a Torino, città dell’arte contemporanea, è la Pinacoteca Agnelli con la sua Pista 500 del Lingotto. Torino ha una quantità incalcolabile di spazi d’arte in luoghi non convenzionali che si discostano dagli spazi museali pur costruendo un dialogo con essi. Torino è una città da scoprire?

La Pista è molto bella. Torino ti stupisce sempre e mi piace spesso vivermela da turista, è una città che ti mostra di continuo angoli segreti. Ogni volta la scopri con stupore e meraviglia. Per esempio, gli studi degli artisti sono luoghi d’arte meravigliosi che andrebbero valorizzati e visitati di più.

Il tuo nome è spesso associato alla fotografia, ma hai lavorato e tuttora realizzi opere d’arte con il video, il disegno e l’installazione. Attualmente verso quale ambito sei più orientata?

La fotografia resta sempre il mio media primario, perché è un po’ il mio manifesto, il mio taccuino, anche quando il risultato finale non è fotografico. Attualmente sto lavorando, o meglio facendo ricerca, per un progetto sia fotografico che installativo, un racconto che lega un territorio al di là dei confini secondo uno sguardo multidisciplinare, in un’idea di arte pubblica e relazionale che si confronta con il paesaggio naturale e umano, committente ispiratore ma anche destinatario. Nel progetto vi è anche la realizzazione di un libro/diario. In contemporaneo sto ridefinendo il lavoro di restituzione della Residenza d’arte Grand Tour en Italie che si è svolta a Napoli lo scorso anno, un progetto fotografico e video, dedicato proprio a Napoli attraverso il mito di Ulisse e delle sirene.

Di recente a Moduloventisei, l’officina di Pierfranco Giolito a Leinì, hinterland torinese, un’unica grande installazione Metal Soundz ha riunito oltre 20 artisti contemporanei. Credi nel concetto di collettivo, inteso come legami che si creano tra gli artisti?

Personalmente amo molto il senso del collettivo inteso come gruppo di lavoro, di scambio, di condivisione, restando però anche entità singole. Nel 2018 con due artiste Annalisa Cattani e Susanna Ravelli abbiamo formato il collettivo MANÙS, un progetto “editoriale”, un tabloid cartaceo, uno “spazio” per contenere un’opera collettiva in progress dove le parole sono il collante per una produzione di pensiero critico e condiviso. In quanto a Metal Soundz non è un collettivo inteso come tale, ma un progetto speciale che ha coinvolto 22 artisti e artiste a consolidare un rapporto collaborativo e di amicizia preesistente con Pier sotto la direzione artistica di Olga Gambari e Marco Enrico Giacomelli. Metal Soundz è un dispositivo artistico libero, un evento pilota per un futuro appuntamento con cadenza annuale. Lavorare con le opere come se fossero un’unica grande installazione ci ha fatto riflettere sull’importanza del dialogo, su quanto sia necessario unirsi, perché insieme si ha uno sguardo più forte, più complice.