28 ottobre 2024
Roberta Ceretto
Presidente e Responsabile comunicazione dell’Azienda vitivinicola Ceretto, il cui nome è legato al successo del Barolo. Sinonimo di grandi vini delle Langhe nel mondo. E di Alta cucina. I Ceretto insieme allo Chef Enrico Crippa, sono soci fondatori del ristorante Piazza Duomo, tre stelle Michelin ad Alba.
Grazie alla sua visione l’arte contemporanea è approdata sulle colline delle Langhe. Roberta Ceretto è stata tra le più entusiaste promotrici di un percorso che ha portato Ceretto a diventare una realtà sempre più sostenibile per l’ambiente e l’agricoltura, fino all’ottenimento della certificazione biologica. È stata Consigliere del Consorzio del Barolo e Barbaresco, Vice Presidente del Gruppo Giovani di Confindustria di Cuneo, Consigliere d’Amministrazione del Consiglio per le relazioni tra Italia e Stati Uniti, membro del Consiglio generale della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo.
Nel vigneto di Brunate, la Cappella delle Brunate a La Morra, dove nel 1999 hanno lavorato per Ceretto gli artisti Sol LeWitt e David Tremlett, è ormai un simbolo dello sviluppo delle Langhe anche nel campo dell’arte. Quanto sei affezionata ed orgogliosa di questo luogo?
Il progetto della cappella mi ha letteralmente cambiato la vita. Quando nel 1996 incontrammo David Tremlett e lo coinvolgemmo in una folle (per quell’epoca) ristrutturazione artistica nessuno poteva immaginare il successo che avrebbe ottenuto e io, che lo seguivo per il solo merito di parlare l’inglese, mi ci sono trovata coinvolta a 360 gradi. Questo progetto da subito mi ha affascinata perché i due artisti erano persone straordinarie ma soprattutto perché mi hanno fatto apprezzare il luogo e far pace con l’idea di lavorare in famiglia. Ho capito che produrre vino non significava solamente impegnarsi nell’atto fisico di produrre ma che c’era dietro ben altro, c’era la storia delle nostre origini, il territorio e la sua straordinarietà, le persone, la bellezza che per me ha un grande peso nel benessere degli individui.
Io ho letteralmente abbandonato i miei progetti per dedicarmi a quello che poi dal 1999 faccio.
Anche i vini si possono considerare opere d’arte?
Spesso questa domanda la sento rivolta ai piatti che Enrico Crippa prepara nel nostro ristorante di Alba, Piazza Duomo. Indubbiamente il vino è un prodotto non solo delle mani ma anche dell’ingegno dell’uomo però è carente di un elemento che per me è fondamentale nell’opera d’arte ovvero la fantasia. Nel produrre vino il momento in cui si ricorre alla creatività generalmente è determinato da necessità, urgenze (vedi le ingenti piogge di questo ultimo anno o le siccità dei passati). Cosa sicuramente li accomuna è il loro parlare alle emozioni, in un’opera io leggo un messaggio che parla al mio cuore così come un bicchiere di un grande vino è capace di provocare sempre un’emozione.
L’azienda Ceretto è tuttora aperta al mondo delle arti e anche al design, una delle pietre angolari di questo percorso è stata la collaborazione con Silvio Coppola, designer che negli anni Ottanta ha disegnato l’etichetta del Blangè, il vostro Arneis, dal vetro trasparente, assolutamente innovativo, come esprimete oggi questa inclinazione ad unire l’arte al mondo del vino?
La collaborazione con Coppola è stata illuminante e fondamentale. per la prima volta in Italia si univa un talento che contraddistingue il nostro popolo ovvero l’ingegno/la creatività ad un prodotto molto materico apparentemente lontano. In quegli anni però era molto forte il desiderio di affermare l’Italia e il Made in Italy come un modello unico e straordinario e oltre alla moda, il design dei grandi nomi (Armani, Gucci, Versace o Ferrari…) si è fatto largo il vivere italiano fatto da prodotti artigianali straordinari e unici che solo nel nostro paese possono crescere o essere prodotti.
Noi abbiamo saputo leggere le necessità e trasformarle in opportunità. Da lì si è cercato sempre di mantenere questa armonia tra prodotti eccellenti e bellezza. È iniziato con le etichette ma si è esteso alle cantine, ai ristoranti, alle numerose incursioni artistiche e continuerà in questa direzione.
Quali ricordi d’infanzia e immagini associ alla fase della vendemmia?
Quando ero piccina la vendemmia era una grande festa dove addirittura mia nonna cucinava per tutti. Parlo però degli anni 80 quando in Ceretto eravamo “quattro gatti”. Ora la vendemmia è un momento di grande fervore e le persone coinvolte sono oltre un centinaio tra vigneti e cantina ma appunto le cose sono cambiate e se negli anni 80 avevamo una ventina di ettari ora siamo a circa 180. La vendemmia però per tutto il territorio è una grande festa dove le vigne si colorano delle cassette rosse per la raccolta e le strade si bloccano perché i trattori si spostano carichi di uve. La vendemmia è anche l’apertura della stagione del tartufo, compagno di viaggio fondamentale per i Barolo e i Barbaresco che porta centinaia di turisti. Insomma tutto l’autunno è caratterizzato da un’atmosfera vivace e molto dinamica. Però un momento memorabile per me è stato il 2017, quando ho vendemmiato le prime uve del mio nuovo progetto, Monsignore, che condivido con mio marito Giuseppe, ovvero un Altalanga che appunto vinifichiamo dal 2017 a casa sua a Vicoforte.
Il bene comune, il territorio, è stato sempre al centro dell’impegno della famiglia Ceretto, nel fare grandi vini si pensava anche a fare sempre l’interesse del territorio. C’è ancora spazio oggi per questo tipo di atteggiamento, di disposizione d’animo, considerando che le Langhe sono ormai un modello paesaggistico oltre che enogastronomico riconosciuto internazionalmente?
Tu sei custode della tua terra, questo è inevitabile se produci vino. Per noi poi questo significa rispettarla e curarla, proprio come si farebbe con un figlio. Questo pensiero è ricorrente e quotidiano perché produrre qualità richiede grande attenzione e dedizione. Ogni bottiglia che esce dalle nostre cantine e’ un pezzo di noi, della nostra storia, del nostro territorio e quindi per noi e’ stato naturale pensare di ritornare al luogo in cui viviamo progetti che potessero valorizzarlo, magari in modo diverso e apparentemente lontano. Fondamentalmente siamo innamorati delle nostre origini e lo abbiamo sempre sostenuto anche quando queste colline erano meno conosciute.





