25 Novembre 2024
Guido Harari
Ha fatto la storia della fotografia musicale a livello internazionale, Guido Harari, invitato al Salotto di Mao nel Carlina Bar & Restaurant dell’NH Collection Torino Piazza Carlina.
Fotografo, autore di numerosi libri tra cui “Gocce di splendore” su Fabrizio De André e “Jannacci arrenditi!” una biografia per immagini del celebre cantante milanese, con la prefazione del figlio Paolo Jannacci, curatore di mostre, gallerista ed editore.
Da sempre collabora con i maggiori musicisti italiani e internazionali per i quali ha realizzato ritratti e copertine: Kate Bush, Fabrizio De André, Paolo Conte, David Crosby, Bob Dylan, B.B. King, Ligabue, Paul McCartney, Lou Reed e Laurie Anderson, Tom Waits, Jeff Buckley, Frank Zappa. Nel tempo ha anche firmato reportage e servizi di moda lavorando per le più importanti testate italiane e internazionali. Ha dedicato libri e racconti fotografici anche a Fernanda Pivano, Mia Martini, Giorgio Gaber e Pier Paolo Pasolini.
È anche gallerista con la Wall of Sound Gallery di Alba, in Piemonte, la “porta” delle Langhe.
Guido Harari, un grande artista come Paolo Conte, immenso, eppure così “a modo”, sobrio, riservato, è rimasto intrappolato nell’incantesimo della tua fotografia. Personalmente vedo in quel tuo famoso ritratto di Paolo Conte la chiave per entrare anche nel tuo mondo.
Che cosa rappresenta per te quella fotografia?
Quel ritratto rappresenta una grande complicità tra soggetto e fotografo, e soprattutto una gran dose di autoironia da parte di Paolo Conte. L’idea dei kazoo fu sua, recuperata in un contesto più controllato, sul mio piccolo set allestito nel backstage di un teatro, rispetto alla prima volta che volle provocarmi brandendo i kazoo come fossero corna o baffi, ma io ero quasi impreparato.
Da bambino che tipo eri e quando hai preso per la prima volta in mano una macchina fotografica?
Ero un sognatore e provavo ad immaginarmi un mondo tutto mio ancora da creare. In questo la musica, il rock, col suo vivido immaginario mi hanno dato un grande aiuto in quegli anni formativi. Ero affascinato dalla macchina fotografica di mio padre, una Zeiss Ikon medio formato a soffietto, e ho cominciato ad usarla quasi senza rendermi conto delle sue potenzialità.
C’è un album musicale che credi abbia fatto fare una svolta alla tua vita, non tanto per la carriera artistica quanto come persona?
Diversi dischi hanno aperto per me e per la mia generazione nuovi orizzonti: “The Times They Are a-changin’” e “Blonde On Blonde” di Dylan, “Revolver” dei Beatles, “Blue” di Joni Mitchell, “Tutti morimmo a stento” di De André, “Il Signor G” di Gaber, “Grand Wazoo” di Zappa.
Qual è la vera anima di un luogo come la tua Wall of Sound Gallery ad Alba?
La vera anima di WOS è l’incontro dei visitatori con 60 anni di immaginario legato alla musica, che poi è cultura, costume, mondo. Ho sempre desiderato creare un luogo di gioia, dove potersi riconnettere con le proprie passioni e confrontarsi in presa diretta. Lo stesso spirito che trovi nelle mie mostre.
I tuoi nuovi progetti. Che cosa c’è in cantiere?
Libri e mostre sono una costante. Ora si è aggiunta anche la Caverna magica, un progetto partito due anni fa che sta evolvendo rapidamente. Non è più un semplice set fotografico, ma non so ancora dirti in cosa si sta trasformando.
[Foto credits: Riccardo Piccirillo]





