9 Dicembre 2024

Max Casacci

Max Casacci, cofondatore e chitarrista dei Subsonica, la band che ha rivoluzionato il pop italiano, prossima a tagliare il traguardo dei 30 anni di carriera, è anche produttore musicale. Con i Subsonica nel 2024 è stato premiato con il David di Donatello come “miglior compositori colonna sonora” per il film “Adagio” di Stefano Sollima.

Dal 2020 ha intrapreso un originale percorso parallelo come interprete solista e compositore con i progetti “Earthphonia”, un’opera caleidoscopica che interpreta la natura estraendo da essa melodie e ritmo, dove rumori, versi degli animali, schiocchi delle radici e ambienti sonori vengono rielaborati in melodie, armonie, ritmi e orchestrazioni, senza l’utilizzo di strumenti musicali. Dopo l’album d’esordio “Earthphonia” (2020), nel 2022 è uscito “Urban Groovescapes (Earthphonia II)”, una collezione di brani composti esclusivamente mediante registrazioni e manipolazioni dei suoni delle città, compresa la traccia “A mountain city song (Courmayeur Mont Blanc)”, l’unico “paese” incluso in un album che racconta principalmente le dimensioni urbane e i suoi suoni.

Casacci è stato ospite dell’edizione speciale de “Il Salotto di Mao” per i 10 anni dell’NH Carlina Torino, festeggiati con una serie di eventi artistici e musicali dal 4 all’8 dicembre 2024. La conversazione che segue è un estratto dal Salotto che si è svolto al Carlina.

Con Earthphonia hai lasciato un territorio conosciuto per esplorarne uno ignoto: da musicista, compositore e produttore hai seguito il richiamo dei suoni della terra, degli oceani, della natura, imboccando strade imprevedibili. Qual è stata la genesi?

«Se esiste un termine che in qualche modo si lega a questa mia attività relativa ai rumori, è probabilmente imprudenza. Ho sempre percepito una sensazione di vertigine e di smarrimento ad ogni capitolo di questa storia. Sono partito da una fornace di Murano con dei microfoni insieme ad un altro produttore di Torino, Daniele Mana, per registrare tutto quello che suonava in quel luogo in cui si lavora il vetro. Cerchiamo quindi di trasformarlo in un corpo liquido. Quell’esperienza diventerà un’opera sonora e addirittura riceverà il plauso di Pharrell Williams che per una serie di coincidenze chiese di ascoltare l’intero lavoro e successivamente ci inviò una mail complimentandosi. Un avvio dunque quantomeno incoraggiante. In quest’opera erano quindi presenti i suoni del vetro, ma anche quelli di strumenti veri. Nei lavori successivi invece farò scomparire gli strumenti rifacendomi allo spazio urbano».

Un producer come te si è formato con gli strumenti musicali. Ti sei trovato a un certo punto a imparare a lavorare senza questi strumenti. Cosa ti è servito del vecchio mondo per lavorare senza gli strumenti e arrivare comunque a un effetto armonico?

«È servito tutto e niente. In una fase del percorso mi stavo appassionando alla musica che si faceva con il laptop. La libertà di realizzare un brano dall’inizio fino al mixaggio con delle cuffiette stando su un treno, mi sembrava davvero incredibile rispetto al mio mondo precedente. Avevo degli esempi nei Matmos, Matthew Herbert, che si erano relazionati al rumore.

Mi piaceva entrare in un mondo nuovo radicalmente, la trasformazione del rumore in musica mi suggeriva una modalità che mi lasciava privo di riferimenti. Per rispondere in modo preciso alla tua sollecitazione, è importante avere delle esperienze, una formazione, per non trovarsi perciò disorientati e mollare il colpo, e questo attiene al campo dell’imparare, però è altrettanto importante, secondo me in qualsiasi ambito e campo, laddove si abbia l’ambizione di lasciare un segno specifico proprio, disimparare, e nella relazione fra queste due modalità si possono cercare delle vie. Quando trasformi un fiume, un alveare o un vulcano in musica, è qualcosa che ti mette a confronto con risorse che sono tue e che non passa per nessuna codifica».

I suoni della natura in che modo sono arrivati?

«In una vacanza sull’isola di Gozo insieme all’amico regista e artista visivo Luca Saini, sentiamo parlare di alcune pietre in grado di emettere dei suoni, perciò ci avventuriamo su una scogliera a picco sul mare, e lì iniziamo a percuotere queste pietre che ci restituiscono delle note, suonano proprio. Sono strumenti musicali naturali. Quello che succederà la sera stessa sul laptop dove riversiamo i materiali registrati sarà destinato a cambiare la mia vita musicale, nel momento in cui mi renderò conto che tutte le registrazioni delle singole pietre risulteranno intonate tra di loro creando degli intervalli armonici, come strumenti di un’antica orchestra preistorica che aspettava attraverso la tecnologia di essere rivelata. E’ stato un gioco che poi, strada facendo, è diventato sempre più serio, attirando l’attenzione di uno dei più influenti artisti contemporanei che è Michelangelo Pistoletto, il quale, affascinato dall’idea che dalla natura si potessero estrarre ritmi, note e musica, mi chiederà se allo stesso modo sarei stato in grado di trasformare i suoni del torrente Cervo di Biella dove ha sede la Cittadellarte, per una grande mostra che aveva come tema l’acqua».